23 Ottobre 2009 di Massimo
Nel prendere una decisione su chi sostenere alle primarie del PD, sono partito da una convinzione: quella che l’urgenza maggiore in questo momento sia una definizione dell’identità di questo partito, che a partire da una lettura della realtà del nostro paese si traduca nell’elaborazione di un progetto, e in una proposta vincente di governo. Questa precisazione è utile perché esistono altre ragioni che possono guidare la scelta di voto: il rinnovamento del personale politico, il carisma del leader, e così via. Si tratta di aspetti importanti, ma credo che rispetto alla questione dell’identità, nella scelta del segretario nazionale (per quelli regionali possono valere altre considerazioni) tali questioni vengono dopo sia logicamente che per urgenza.
Una seconda considerazione è opportuna: non penso che la vittoria dell’uno o l’altro candidato produrrà mutamenti di rotta radicali. Forse i toni di questa campagna elettorale ce lo stanno facendo dimenticare, ma si tratta pur sempre di una competizione interna ad un partito. Il giorno dopo le primarie il partito dovrà, per condurre la sua battaglia di opposizione in modo efficace e quindi per la sua stessa sopravvivenza, agire in modo unitario e mostrarsi unito. Ne segue che chiunque vincerà dovrà in qualche modo scendere a patti con chi avrà perso, e trovo puerile a questo proposito parlare di “inciucio”. Il partito è uno solo, e lo dimostra il fatto che potrei tranquillamente sottoscrivere l’80% del programma di ciascuno dei tre candidati e che considero tutti e tre del tutto all’altezza del compito.
Ciò non significa che non vi siano alcune differenze importanti, che riguardano l’idea di partito, la sua forma e identità politica, nonché il tipo di competizione democratica che si immagina per il paese. Continua a leggere
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14 Ottobre 2009 di Massimo
Il regolamento per le primarie del PD stabilisce che, nel caso in cui nessuno dei tre candidati raggiunga il 50%, il ballottaggio tra i due candidati più votati sia effettuato dall’Assemblea nazionale, dai delegati votati nelle stesse primarie e affiliati alle tre mozioni.
Come già osservavo in un post precedente, non è verosimile che i delegati del candidato arrivato 3° votino sulla base di scelte autonome e individuali. Essi risponderanno alle indicazioni del loro candidato, sulla base di accordi “di vertice” tra questi e uno dei due in corsa nel ballottaggio.
Rispetto a questa prospettiva, che sarebbe in contraddizione con l’idea tanto sbandierata di dare lo scettro agli elettori, è stata rilanciata ieri da Eugenio Scalfari una proposta, inizialmente avanzata da Franco Marini, e subito battezzata sui giornali “lodo Scalfari”: gli altri candidati riconoscano la vittoria a colui che ha avuto più voti, anche se in percentuale inferiore al 50%. Questo eviterebbe il passaggio del ballottaggio, risparmiandoci l’infelice possibilità che il 2° e il 3° arrivati si accordino per far fuori il 1°. Continua a leggere
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10 Ottobre 2009 di Massimo
No, non mi riferisco alle prodezze dell’attuale Presidente del Consiglio, bensì ancora una volta alle famigerate primarie del PD. E in particolare al meccanismo elettorale congegnato per l’elezione del segretario e dell’assemblea nazionale. Continua a leggere
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5 Ottobre 2009 di Massimo
Anche io mi sono indignato quando sui giornali è apparsa la notizia che lo scudo fiscale era stato approvato con soli 20 voti di scarto ed erano assenti 22 deputati del PD. Ma come!? È questo il modo di fare opposizione?
Mi sono tuttavia convinto che, ad una lettura più attenta, la questione debba essere un poco ridimensionata. Trovo cioè eccessivo questo stracciarsi le vesti o mettere sullo stesso piano maggioranza e opposizione rispetto alla famigerata legge. E penso che si debba tenere conto del modo in cui effettivamente funziona il Parlamento.
Mi permetto quindi di riportare le osservazioni avanzate (su facebook, sempre più “piazza” politica) da due deputati che erano presenti alla votazione, che non assolvono gli assenti, ma al tempo stesso forniscono elementi conoscitivi che è giusto non trascurare. Continua a leggere
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4 Ottobre 2009 di Massimo
Premessa: chi non è interessato alle vicende interne del PD non legga questo post, perché lo troverebbe noiosissimo. Mi riferisco alla disputa sulla modifica dello statuto e il ruolo delle elezioni primarie. Al di là delle reciproche accuse (di voler tornare indietro gli uni, o di andare tanto avanti gli altri da decretare la fine del partito), alla fine mi pare che la contesa non riguardi il mantenimento o meno delle cosiddette primarie, su cui tutti si dichiarano d’accordo, bensì aspetti più limitati quali il criterio di individuazione degli elettori e l’equilibrio tra elettori ed iscritti. Continua a leggere
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2 Ottobre 2009 di Massimo
1. Penso che chiunque abbia partecipato al cosiddetto percorso congressuale del PD sia rimasto a dir poco sconcertato. La mobilitazione dei circoli dell’ultimo mese si risolverà in un “congresso” di poche ore che ha il solo scopo di ratificare la presenza di tre candidati alle prossime primarie del 25 ottobre. Sì lo so: questo è lo Statuto, approvato all’unanimità ecc. ecc. Evidentemente l’unanimità a volte fa grossi errori.
2. Innanzi tutto fa riflettere l’uso del termine “primarie” per indicare un voto aperto agli iscritti. Come è noto, il termine è mutuato dalla realtà americana, dove le primarie designano il candidato presidente di ciascuno dei partiti, e sono dunque una sorta di primo turno elettorale, limitato agli iscritti registrati di ciascun partito. Ha dunque senso chiamare “primarie” l’elezione del segretario del PD solo in quanto egli/ella è anche il candidato premier. Come si vede, l’ottica è squisitamente bipartitica. Peccato che ci troviamo in un paese – l’Italia – dove il bipartitismo non c’è e probabilmente non si può imporre a forza.
3. Al fine di chiarire l’idea di partito che sta dietro a questo processo, trovo illuminante quanto scrive il franceschiniano Mario Adinolfi sul suo blog: «Il voto degli iscritti, semplicemente, non conta niente perché il Partito democratico ha nel suo dna costitutivo il rapporto diretto tra il leader e il popolo del partito [corsivo mio]. Il numero degli iscritti si è impennato sotto congresso, a dimostrazione che nella vita ordinaria del Pd nessuno sente il bisogno di prendere la tessera e chiunque frequenti i circoli li trova desolantemente vuoti. Noi democratici abbiamo provato a inventare un modello politico adatto al terzo millennio, dove la partecipazione del singolo sia determinante nei momenti decisivi. Qualcuno ha provato a imbastardire questo modello piazzando in mezzo a un processo che sarebbe stato lineare (i cittadini che si identificano con il Pd decidono il segretario senza che ci siano di mezzo sezioni, federazioni, signori delle tessere) un voto inutile degli iscritti». Capito? Il partito del leader.
4. Da un certo punto di vista Adinolfi ha ragione: la presenza di due voti in successione, quello degli iscritti per il congresso, quello degli elettori per le primarie, è un problema. Da un trafiletto sul Riformista di oggi: «se il voto alle primarie smentisse il voto degli iscritti, il colpo al partito sarebbe micidiale, forse definitivo (…) la conclusione da trarne sarebbe che il PD non rappresenta i propri elettori, e sarebbe meglio scioglierlo».
Qualcuno particolarmente maligno potrebbe concludere che un partito che si dà uno Statuto che lo mette in una situazione simile, dovrebbe essere sciolto in ogni caso.
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5 Settembre 2009 di Massimo
Leggo sul Messaggero di oggi questo articolo, in cui la giornalista Anna Maria Sersale lamenta (parlando di “comportamento eticamente discutibile”) che nei concorsi a ricercatore si sia posto un limite massimo al numero di pubblicazioni che ciascun candidato può presentare. Visto che l’articolo sembra ignorare del tutto le migliori pratiche internazioni in proposito, ho ritenuto opportuno scrivere al giornale la seguente lettera: Continua a leggere
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Segnalo a chi fosse interessato che il Dipartimento di Economia Politica dell’Università di Siena ha aperto un blog ove si parlerà di questioni di economia e di università/ricerca.

Mi sto dedicando alla riuscita di tale blog, e quindi il mio impegno sul mio blog personale sarà necessariamente un po’ ridotto (come del resto lo è stato negli ultimi tempi). Su Il Grano e il Loglio continuerò comunque a trattare argomenti di carattere politico o comunque non specificamente economico.
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16 Febbraio 2009 di Massimo
Ricevo e volentieri pubblico questo pezzo che mi ha gentilmente inviato la collega Tania Groppi, prof. ordinario di diritto pubblico, grande viaggiatrice, appassionata di Israele e di letteratura israeliana.
I risultati delle elezioni del 10 febbraio 2009 in Israele ci ricordano, ancora una volta, quanto sia ormai lontana nel tempo la fondazione dello Stato “ebraico e democratico” (per citare le parole della Dichiarazione di Indipendenza del 1948), di cui si è da poco celebrato il 60° anniversario.
Da un lato il problema di fondo resta immutato, così come creato dalla decisione dell’ONU, il 29 Novembre 1947, di dividere il mandato britannico in due stati, uno ebraico e uno arabo, seguita dal rifiuto arabo e dalla guerra: come conciliare l’innesto del nuovo Stato ebraico con i diritti della popolazione palestinese? Continua a leggere
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12 Febbraio 2009 di Massimo
Si sono tenute le elezioni politiche in Israele. Il risultato, ampiamente previsto, vede un forte consenso al blocco di destra con al centro il Likud di Netanyahu, sebbene questo risultato sia temperato dal fatto che il partito Kadima (fondato da Ariel Sharon quando uscì dal Likud, e ora guidato da Tzipi Livni) ha avuto la maggioranza relativa. Spicca il risultato molto negativo del partito laburista (un tempo dominatore della scena politica israeliana) e quello positivo (sebbene al di sotto di certe previsioni) del partito Yisrael Beiteinu di Lieberman, la destra non religiosa. Continua a leggere
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