Nel prendere una decisione su chi sostenere alle primarie del PD, sono partito da una convinzione: quella che l’urgenza maggiore in questo momento sia una definizione dell’identità di questo partito, che a partire da una lettura della realtà del nostro paese si traduca nell’elaborazione di un progetto, e in una proposta vincente di governo. Questa precisazione è utile perché esistono altre ragioni che possono guidare la scelta di voto: il rinnovamento del personale politico, il carisma del leader, e così via. Si tratta di aspetti importanti, ma credo che rispetto alla questione dell’identità, nella scelta del segretario nazionale (per quelli regionali possono valere altre considerazioni) tali questioni vengono dopo sia logicamente che per urgenza.
Una seconda considerazione è opportuna: non penso che la vittoria dell’uno o l’altro candidato produrrà mutamenti di rotta radicali. Forse i toni di questa campagna elettorale ce lo stanno facendo dimenticare, ma si tratta pur sempre di una competizione interna ad un partito. Il giorno dopo le primarie il partito dovrà, per condurre la sua battaglia di opposizione in modo efficace e quindi per la sua stessa sopravvivenza, agire in modo unitario e mostrarsi unito. Ne segue che chiunque vincerà dovrà in qualche modo scendere a patti con chi avrà perso, e trovo puerile a questo proposito parlare di “inciucio”. Il partito è uno solo, e lo dimostra il fatto che potrei tranquillamente sottoscrivere l’80% del programma di ciascuno dei tre candidati e che considero tutti e tre del tutto all’altezza del compito.
Ciò non significa che non vi siano alcune differenze importanti, che riguardano l’idea di partito, la sua forma e identità politica, nonché il tipo di competizione democratica che si immagina per il paese. Continua a leggere »
