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Segnalo a chi fosse interessato che il Dipartimento di Economia Politica dell’Università di Siena ha aperto un blog ove si parlerà di questioni di economia e di università/ricerca.

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Mi sto dedicando alla riuscita di tale blog, e quindi il mio impegno sul mio blog personale sarà necessariamente un po’ ridotto (come del resto lo è stato negli ultimi tempi). Su Il Grano e il Loglio continuerò comunque a trattare argomenti di carattere politico o comunque non specificamente economico.

Ricevo e volentieri pubblico questo pezzo che mi ha gentilmente inviato la collega Tania Groppi, prof. ordinario di diritto pubblico, grande viaggiatrice, appassionata di Israele e di letteratura israeliana.

I risultati delle elezioni del 10 febbraio 2009 in Israele ci ricordano, ancora una volta, quanto sia ormai lontana nel tempo la fondazione dello Stato “ebraico e democratico” (per citare le parole della Dichiarazione di Indipendenza del 1948), di cui si è da poco celebrato il 60° anniversario.

Da un lato il problema di fondo resta immutato, così come creato dalla decisione dell’ONU, il 29 Novembre 1947, di dividere il mandato britannico in due stati, uno ebraico e uno arabo, seguita dal rifiuto arabo e dalla guerra: come conciliare l’innesto del nuovo Stato ebraico con i diritti della popolazione palestinese? Continua a leggere

Israele a destra

Si sono tenute le elezioni politiche in Israele. Il risultato, ampiamente previsto, vede un forte consenso al blocco di destra con al centro il Likud di Netanyahu, sebbene questo risultato sia temperato dal fatto che il partito Kadima (fondato da Ariel Sharon quando uscì dal Likud, e ora guidato da Tzipi Livni) ha avuto la maggioranza relativa. Spicca il risultato molto negativo del partito laburista (un tempo dominatore della scena politica israeliana) e quello positivo (sebbene al di sotto di certe previsioni) del partito Yisrael Beiteinu di Lieberman, la destra non religiosa. Continua a leggere

Il testamento di Eluana

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La situazione si stava facendo insostenibile. Il paese rischiava di piombare in una grave crisi istituzionale, con i regolamenti parlamentari forzati, l’incertezza sulla firma del Presidente della Repubblica, una legge mirata a capovolgere una sentenza individuale in violazione della separazione dei poteri.
Che riuscisse il padre di Eluana Englaro a portare a termine la sua missione nei confronti della figlia, o che riuscisse il governo a fermare tutto quanto, sarebbe stata comunque una grande sofferenza per le persone interessate, e una magra soddisfazione per i sostenitori della fazione “vincente”.
La rapida morta di Eluana è giunta inattesa, e ha spiazzato tutti, sottraendo la povera donna all’indecente spettacolo politico/mediatico. Mentre ancora eccheggiano vergognose le grida di “assassino” rivolte al povero padre da politici, prelati, agitatori vari, si chiude il sipario sulla vicenda, lasciando una famiglia nel dolore. Alle persone per bene, comunque la pensassero, resta il silenzio e, per chi ci crede, la preghiera.
Eppure qualcosa di buono potrebbe venire fuori da tutto questo: c’è generale consapevolezza che tutto questo si sarebbe evitato se fosse stata varata per tempo una legge sul testamento biologico, legge che in molti fino a poco fa ritenevano inutile. Se, accantonando il frettoloso e discutibile DDL del governo, le forze politiche riusciranno finalmente a varare una legge ben fatta e meditata, allora questo paese avrà fatto un passo avanti. Questo sarebbe il modo più bello per onorare il ricordo di Eluana.

http://testamentobiologico.ilcannocchiale.it/

La fame e la sete

In attesa dell’approvazione di una completa e organica disciplina legislativa in materia di fine vita l’alimentazione e l’idratazione, in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere rifiutate dai soggetti interessati o sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi

Ammetto di non avere opinioni nette sul caso della povera Eluana Englaro. Da una parte non sono convinto che affermare la sacralità della vita coincida con certe forme di accanimento terapeutico. Dall’altra, nello specifico, mi fa venire istintivamente i brividi l’idea di lasciar morire qualcuno, seppure ridotto ormai ad un corpo in stato vegetativo, per disidratazione. In ogni caso, credo che in questo come in casi analoghi la decisione debba essere lasciata alla determinazione delle persone che hanno amato e amano Eluana.
Volevo invece commentare il testo del decreto del Governo, sopra riportato. Mi sembra folle e anche illegale. Folle perché – per quel che capisco leggendo – mette fuori legge il rifiuto del cibo (e quindi ad esempio lo sciopero della fame), e più in generale sembra considerare obbligatorio sottoporsi a cure se queste alleviano le sofferenze. Illegale perché interviene su materia su cui c’è già stata una sentenza, e mi hanno insegnato che non è possibile stabilire un illecito in modo retroattivo. Peraltro, non viene specificata la pena in caso di infrazione.

firenzeLa vicenda si svolge a Firenze. Dalla finestra vista mozzafiato sulla Cupola del Duomo. Alle pareti i manifesti delle scorse campagne politiche, tutte vinte dal Centrosinistra.

I atto. Il PD, forte della propria supremazia e quindi intenzionato a imporre alla coalizione il proprio candidato, punta sulle primarie di partito. L’eterogeneità interna in una situazione in cui manca una personalità di spicco si è traduce tuttavia in una pluralità di candidati. Continua a leggere

Gaza: il contesto

In questo post voglio rimandare ad un articolo apparso sul Guardian (quotidiano che sta offrendo in questi giorni una copertura giornalistica dei fatti di Gaza veramente ottima): How Israel brought Gaza to the brink of humanitarian catastrophe a firma Avi Shlaim. Shlaim è professore di relazioni internazionali a Oxford e ha la doppia cittadinanza britannica e israeliana (ha servito nell’esercito israeliano negli anni ‘60). Fa parte di quel gruppo di “nuovi storici” israeliani, come anche Benny Morris e Ilan Pappe, che non risparmiano posizioni anche molto critiche verso Israele, in contrapposizione alle ricostruzioni più apologetiche degli storici israeliani tradizionali. Ciò che colpisce è la durezza dei giudizi formulati verso le scelte di Israele. Vista l’autorevolezza dell’autore, consiglio la lettura del pezzo, che fornisce un inquadramento della situazione che difficilmente potremmo trovare in un giornale italiano.

Mi limito a tradurre e riportare una delle frasi conclusive dell’articolo:

Il solo modo per Israele di ottenere sicurezza non è sparare ma avviare colloqui con Hamas, che ha ripetutamente dichiarato di essere pronta a negoziare una tregua a lungo termine con lo stato degli Ebrei entro i confini pre-1967 per un periodo di 20, 30 o anche 50 anni. Israele ha rigettato tale offerta per la stessa ragione per cui ha sdegnosamente rifiutato il piano di pace della Lega Araba del 2002, che è ancora sul tavolo: perché richiedeva concessioni e compromessi.

Riporto alcuni brani di un articolo di Gideon Lichfield (”Israel’s PR war“, Haaretz), corrispondente da Gerusalemme per l’Economist:

Spesso molti israeliani mi chiedono: perché non riusciamo a vincere la guerra delle pubbliche relazioni? Perché la gente non capisce che ciò che facciamo lo dobbiamo fare? [...] Continua a leggere

La fine della guerra

Parlo innanzi tutto in generale della fine della guerra come opzione politica. Anzi, non ne parlo io, ne parla Avraham Burg in un interessante articolo apparso su Haaretz (”Why the West can’t win“), a margine dei commenti sull’esito dell’offensiva a Gaza.
Questa la tesi: per l’Occidente non è più possibile vincere le guerre, nel senso in cui vincere è stato inteso nel corso della storia. Continua a leggere

geneva-initiative1L’iniziativa di Ginevra (Geneva Initiative) costituisce un modello di accordo permanente tra Stato di Israele e Stato della Palestina.

L’accordo presenta una soluzione complessiva, priva di ambiguità e realistica a tutte le questioni vitali al fine di assicurare una cessazione del conflitto.  La soluzione si basa sull’esperienza dei negoziati condotti tra le due parti e sulle risoluzioni internazionali; è il frutto del lavoro di israeliani e palestinesi con anni e anni di esperienza in qualità di ministri, negoziatori, generali e pubblici ufficiali. La sua adozione e attuazione porterebbe a soluzione un conflitto storico, e consentirebbe la realizzazione del progetto nazionale di entrambe le parti in conflitto.

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