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Sbandierata nel programma del PdL, presente (pur con tutti i se e i distinguo) anche in quello del PD, l’ipotesi di un ritorno del nucleare in Italia è stata messa all’ordine del giorno dal nuovo governo. A 20 anni dal referendum che ne sancì la messa al bando nel nostro paese, l’opinione pubblica è (forse) cambiata, e la nuova emergenza climatica fa pensare all’energia dell’atomo come a qualcosa di più pulito dell’energia prodotta da combustibili fossili. C’è un po’ di confusione su centrali di III e IV generazione (nei vari programmi si parlava di centrali di IV generazione “intrinsecamente sicure”, che qualsiasi cosa siano saranno realizzabili solo tra 15-20 anni), ma il dibattito nucleare sì/nucleare no è ripreso.
Ci sono diversi motivi per cui ci si può opporre al nucleare. Alcuni di questi sono ben sintetizzati nell’intervista a Jeremy Rifkin su la Repubblica di oggi, che riassume la sua contrarietà in cinque punti:

  • conti alla mano, anche affidandosi in modo massiccio al nucleare, l’impatto positivo per l’ambiente in termini di CO2 sarebbe estremamente modesto
  • il problema dello stoccaggio delle scorie per diverse migliaia di anni non è stato ancora risolto da nessun paese (figuriamoci dall’Italia, che non riesce a stoccare nemmeno la spazzatura normale)
  • la limitata disponibilità di uranio già a partire dai prossimi anni riproporrà presto un problema analogo a quello che abbiamo ora per il petrolio
  • vi sono preoccupanti “sinergie” tra produzione di energia e costruzione di ordigni nucleari
  • c’è necessità di grandi quantitativi di acqua per raffreddare le centrali (in Francia il 40% dell’acqua potabile viene destinata a questo uso)

Insomma, un cattivo investimento su un modello di produzione di energia che sarà presto obsoleto. Rifkin aggiunge altre interessanti considerazioni sulla natura non democratica dei diversi modelli di produzione dell’energia, e sulle possibili alternative per affrontare le necessità energetiche del futuro.

Lo si legge sui principali quotidiani, ma lo si respira più diffusamente, ed è entrato in noi quanto meno come forma di stanchezza, figlia per alcuni della sconfitta elettorale. Si ha la sensazione - molti lo hanno scritto - della fine di una fase, se non addirittura della fine di un’epoca. Sto parlando della richiesta generale di un clima che, se non addirittura di cooperazione tra forze politiche, almeno sia di attenuazione del conflitto. Basta demonizzazione, basta confronto ideologico, basta opposizione aprioristica: il paese ha bisogno di essere governato, ha bisogno di soluzioni “concrete”. (Per inciso faccio osservare che il paese aveva bisogno di concordia e governo anche due anni fa, e le forze che allora erano di opposizione non si mostrarono molto interessate ad una collaborazione costruttiva).
Persino il papa oggi dichiara di “avvertire con particolare gioia i segnali di un clima nuovo, più fiducioso e più costruttivo.”
In questo contesto, qualunque voce critica non può che suonare stonata, disfattista, legata ad un passato “ideologico”. Sarebbe appunto un modo di disturbare il manovratore al lavoro.
Ebbene, potrebbe essere semplicemente l’effetto della classica “luna di miele”, ma a me questo clima preoccupa. Gli interventi del governo, quelli già avviati e quelli annunciati, non sono scelte asettiche. Lungi dall’essere il segno di una raggiunta pacificazione e sintesi, sono interventi figli di una visione che non è bipartisan, bensì molto organica e precisa dei rapporti tra i popoli, dell’uomo con l’ambiente, del modo di intendere il diritto e così via. Tutto queste rende più che mai urgente il riavvio di una dialettica tra diversi modelli di società e di convivenza, tra progetti politici diversi (che possiamo anche non chiamare destra e sinistra se questo ci rassicura).
Il PD ha la responsabilità di essere l’unica forza consistente di opposizione presente in parlamento; se vuole avere una prospettiva di medio periodo che non sia di subalternità all’attuale maggioranza, deve porsi il problema di rappresentare anche quella parte del paese che guarda (o ben presto guarderà) con preoccupazione agli effetti di queste politiche. Sarebbe bene che si attrezzasse sul piano concettuale e della proposta.

ICI addio

Mi unisco al coro dei miei colleghi studiosi di scienza delle finanze nel piangere l’abolizione dell’ICI sulla casa d’abitazione. Già il governo precedente l’aveva ridotta in modo considerevole, aumentando la detrazione e quindi mantenendola di fatto solo per gli immobili di maggior valore. Ora il colpo di grazia: l’ICI non si pagherà più sulla casa abitata dal proprietario, indipendentemente da tipologia e dimensioni (sono esclusi gli immobili accatastati come abitazioni di lusso e castelli, che però sono un numero ristrettissimo). So bene che dai sondaggi tale intervento risulta popolarissimo, ma vale la pena di rimarcare alcuni punti:

- le imposte sugli immobili sono imposte efficienti, visto che sono tra quelle che causano meno effetti distorsivi sulle scelte degli individui, e quindi sull’attività economica;

- l’ICI sulla casa d’abitazione è (era) un’imposta equa, perché commisurata, seppure sulla base di imperfetti coefficienti catastali, al principale cespite patrimoniale delle famiglie italiane; in quanto unica imposta patrimoniale del nostro sistema, svolgeva un ruolo complementare all’imposta sul reddito nell’individuare la capacità contributiva dell’individuo, e non c’è dubbio che la dimensione e tipologia dell’abitazione sia un indicatore di tale capacità;

- l’abolizione dell’ICI sulla casa di abitazione aumenta il divario tra proprietà e locazione; l’effetto è negativo sia sotto il profilo dell’efficienza (viene ulteriormente depresso il mercato delle locazioni) sia sotto quello dell’equità (dell’abolizione beneficiano i proprietari, non chi è in affitto);

- un’imposta in mano ai comuni consente di realizzare un rapporto diretto tra amministrazione locale e contribuente, tra decisioni di spesa e strumenti di finanziamento, consentendo un controllo più efficace da parte dei contribuenti/elettori sulle decisioni di bilancio; la sua sostituzione con un trasferimento dal governo centrale attenua il rapporto tra responsabilità di spesa e reperimento delle risorse fiscali.

L’ICI era il principale tributo proprio nelle mani dei Comuni. La sua abolizione per le prime case renderà necessario, a parità di bilancio, un aumento di altre imposte locali, oppure dei trasferimenti dal centro. In ogni caso, come è ovvio, la sua abolizione porterà ad un aumento compensativo delle entrate, oppure ad una riduzione della spesa pubblica, già estremamente compressa. In entrambi i casi, difficilmente l’effetto netto vedrà un aumento dell’equità distributiva. L’esito più probabile è che il risultato finale sia una minore disponibilità di risorse dei comuni; dunque a farne le spese saranno asili nido, trasporti locali, cura dell’ambiente, viabilità, sicurezza, assistenza e politiche di integrazione.

Quanto tempo ci vorrà prima che quell’80% di italiani che ora si dichiarano favorevoli alla sua abolizione si accorgano degli effetti che questa porterà? Intanto, festeggiamo a giugno il fatto di non dover pagare la rata d’acconto…

I am a Rom

Dal sondaggio odierno di Repubblica risulta che:
- per il 72% degli italiani il problema dei Rom è una priorità da affrontare
- per il 68% degli italiani la soluzione migliore per affrontare tale problema è lo smantellamento dei campi Rom e l’espulsione di tutti i Rom dall’Italia
- il 41% degli italiani, alla domanda “quale sentimento prova in modo prevalente di fronte ad un Rom?” ha risposto: “vorrei vedere che lo stato lo cacciasse dall’Italia”

Intanto, nei giorni scorsi, abbiamo assistito ad assalti ai campi Rom, veri e propri pogrom, cose che speravamo facessero parte della storia. Non trovo parole per commentare. In che paese viviamo?

Aggiunta del 23/5: consiglio la lettura di questa indagine dell’ISPO, presentata alla “Conferenza Europea sulla popolazione Rom” organizzata dal Ministero dell’Interno e dal Ministero della Solidarietà Sociale nel gennaio 2008.

Licenziare i fannulloni

Rieccola, l’idea geniale. Il ministro della funzione pubblica, l’economista Renato Brunetta, afferma con chiarezza lapidaria che il problema dei fannulloni nella Pubblica Amministrazione si affronta “semplicemente licenziandoli”. Qualche tempo fa era stato il giuslavorista Pietro Ichino a lanciare lo slogan.

Come mi capita di dire tutte le volte che mi trovo a discutere di questo argomento, il problema non è che cosa fare dei “fannulloni”. Dubito che ci sia qualcuno che voglia sostenere che un fannullone (cioè uno che ruba il proprio stipendio non svolgendo il lavoro per cui è pagato) non debba essere licenziato, o comunque sanzionato in modo adeguato.

Il problema è invece trovare un meccanismo per stabilire in modo giuridicamente rilevante che qualcuno sia effettivamente un fannullone.

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I poveri a destra

Da un po’ di tempo, ma soprattutto dall’esito delle ultime elezioni, sono in molti a domandarsi come possa accadere che i ceti popolari, l’elettorato tradizionale della sinistra, votino per forze politiche di destra. Molti commenti centrati sull’Italia e sull’oggi trascurano il fatto che si tratta di un fenomeno ben più esteso per tempi e per luoghi. Ce lo ricorda Barbara Spinelli, che guarda alla realtà americana e vi vede uno specchio di quanto sta accadendo anche da noi. Cito innanzi tutto alcuni brani di un suo articolo del 20/4 su La Stampa (”L’esodo dei poveri da sinistra a destra”):

In realtà è fenomeno antico: ­ la Germania prehitleriana conobbe analoghe saldature tra sinistre e destre estreme ­ e se oggi si ripropone con forza è perché alcune componenti riappaiono. Tra esse c’è il risentimento, questa passione che dà immenso ardimento all’individuo che si sente abbandonato e solo nella società, e che il massimo della potenza la raggiunge quando diventa risentimento territoriale, tribale, di classe.

(…) Una prima risposta all’esodo dei poveri verso destra è venuta in queste settimane da Barack Obama. È accaduto il 6 aprile a San Francisco, quando il candidato democratico alle primarie presidenziali ha spiegato alcuni tratti di tale esodo. Nelle piccole città colpite dalla crisi, ha detto, l’amarezza è tale che la persona si sente perduta, ed è a quel punto che s’aggrappa non a reali soluzioni del disagio economico, ma a valori e stili di vita sostitutivi, culturalmente consolatori: l’uso delle armi o della religione, la ripugnanza del diverso, dello straniero.

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Privacy o trasparenza?

Le dichiarazioni dei redditi sono consultabili da chiunque, per legge. L’Agenzia delle Entrate le ha rese accessibili on-line. Da un punto di vista legale ci si chiede se l’uso del mezzo informatico comporti una violazione della normativa sulla privacy e se sia coerente con la normativa vigente (vedi ad esempio il Sole 24 ore). Sul piano dell’opportunità, vengono sollevati altri rilievi. Pubblicando le dichiarazioni, si esporrebbe la situazione reddituale di ciascuno ai malavitosi. Ma ci aspettiamo veramente che i malavitosi si possano basare sulle dichiarazioni dei redditi invece che su altri ben più significativi indicatori della consistenza patrimoniale della loro vittima? Il problema vero sono i redditi dichiarati o invece quelli… ostentati eppure non dichiarati? E la pubblicazione dei redditi dichiarati è un modo per ottenere (finalmente anche in Italia) una sanzione sociale per chi non contribuisce alla spesa collettiva, oppure può all’opposto generare un’emulazione ad evadere? Stato poliziesco o trasparenza?

È stato toccato un nervo scoperto. Il Corriere parla di populismo di sinistra e si scaglia contro Visco. La Repubblica, più benevola, fa notare che molti cittadini (quanto meno il “popolo del web”) sembrano aver gradito. E cita il caso della Finlandia, dove basta un SMS per conoscere la situazione reddituale del vicino.

Lezioni romane

Il fatto: a Roma Francesco Rutelli perde la sfida in città, mentre Nicola Zingaretti la vince in provincia. Dal confronto sul numero di voti ricevuti (in città) dai due candidati di centrosinistra, risulta che sono venuti a mancare a Rutelli 60mila voti, poco meno del 10% di quelli ottenuti.
Le reazioni: c’è area di resa dei conti nel PD. Qualcuno esprime dubbi sulla strategia finora adottata.
Segnalo a questo proposito alcuni passaggi dell’editoriale di Massimo Giannini su Repubblica:

A far montare la “marea nera” della Capitale che ha portato alla vittoria il candidato sindaco del Pdl ha contribuito un’evidente “pregiudiziale Rutelli” a sinistra. Soprattutto nelle aree più radicali. Che magari non ne hanno mai apprezzato “l’equivicinanza” tra le disposizioni della Curia vaticana e le posizioni della cultura laica.
E che forse, punendo Rutelli, hanno deciso di dare una lezione al Pd, colpevole di aver “cannibalizzato” la sinistra nel voto nazionale di due settimane fa. Con una campagna elettorale imperniata su un principio giusto (l’autosufficienza dei riformisti) ma declinato nel modo sbagliato (il principale “nemico” è la sinistra).
(…)
[Walter Veltroni] ha scontato un deficit oggettivo: nella partita sulla sicurezza, determinante nel giudizio degli elettori in tutta Italia e nelle singole città, ha dovuto inseguire il Pdl. E da sempre, in quello che Barbara Spinelli sulla Stampa definisce il “populismo penale”, la destra eccelle storicamente sulla sinistra. Semplicemente perché, nella percezione dei cittadini impauriti (giusta o sbagliata che sia) “does it better”: può farlo meglio.
(…)
La candidatura di Rutelli (…) è il frutto dell’ennesima alchimia di laboratorio (o di loft). Una collocazione di “prestigioso ripiego”, per un dirigente che è già stato sindaco due volte, che ha corso e perso un’elezione politica nel 2001, che è stato vicepremier nel 2006 e che ora, nel nuovo organigramma del Pd sconfitto il 13 aprile, rischiava di ritrovarsi senza un “posto di lavoro”

C’è qualche aggettivo che non condivido, ma è un’analisi che a mio avviso nella sostanza si potrebbe applicare benissimo alla sconfitta nazionale di due settimane fa. E voglio sottolineare il punto a mio avviso centrale: una sinistra che insegue le politiche della destra, oltre ad essere inutile per il paese, è quasi sempre perdente.

Dove stava il fronte?

Leggo sull’Unità del 15/4 un articolo di Stefano Ceccanti (Sen. neoeletto del PD). In particolare questo passaggio, riferito al risultato ottenuto dal PD nelle elezioni (per l’articolo completo, vedi qui):

Si è quindi creato un doppio conflitto: verso il centro del sistema, alla ricerca degli elettori indecisi, e verso la sinistra contro un facile massimalismo che andava in collisione con l’atteggiamento responsabile di milioni di lavoratori e che imboccava la strada di un’opposizione senza se e senza ma a tutte le missioni militari.

È vero che la prima battaglia è stata momentaneamente perduta, anche se in una democrazia dell’alternanza le vittorie e le sconfitte non sono mai definitive. La seconda, però, è stata ampiamente vinta con una sfida coraggiosa in campo aperto, col programma e nelle piazze di tutte le province italiane, e ciò rappresenta un risultato storico per l’Italia, dove le tendenze massimaliste hanno da sempre goduto di una legittimità e di un consenso più forti. Ciò consentirà anche di svolgere il ruolo di Opposizione in un modo più efficace e costruttivo, senza avere nei confronti della sinistra massimalista alcun complesso di inferiorità, come spesso è capitato.

Insomma, sembra quasi dire: poco male se si è perso con Berlusconi, l’importante è la sconfitta storica della sinistra massimalista.

Ben diversa la lettura di Arturo Parisi (articolo di Damilano sull’Espresso):

La separazione tra il Pd e la sinistra è stato un atto consensuale, non certo l’esito di un confronto politico forte. È stato un separarsi con l’idea di ritrovarsi. Motivato dall’idea che per il Pd i voti non conquistati a sinistra potessero essere compensati, per così dire, a destra. La linea del Pd, in questa campagna elettorale, ha scommesso in modo dichiarato sulla possibilità di intercettare i voti di centro, anche a costo di perdere il contatto con una componente importante del centrosinistra, gli elettori appunto schierati a sinistra. Con la speranza che, alla fine, il saldo del partito fosse positivo, e il totale del centrosinistra più ampio. Non è stato così: purtroppo la linea non ha incontrato i fatti.

Cari dirigenti del PD, mettetevi d’accordo. Qual era l’avversario da battere?

Commento n. 1

Mi sono sbagliato. Be’, non sono stato l’unico…
Avevo previsto il “pareggio” in Senato, che non si è verificato, e francamente non mi aspettavo uno scarto del 9% tra PdL e PD. Chissà se i dirigenti del PD sono stati colti anche loro di sorpresa, o avevano accesso ai sondaggi “giusti”?

In ogni caso, il mio errore ha riguardato il risultato della Sinistra Arcobaleno. Se la Sinistra avesse raggiunto il quorum dell’8% in alcune regioni chiave, Berlusconi oggi non avrebbe la maggioranza in Senato. Ancora più sorprendente - e per certi versi sconcertante - è la scomparsa della Sinistra dalla Camera, dove non è stato raggiunto nemmeno il più modesto quorum del 4%. Si tratta del vero fatto “storico” di queste elezioni: dalla caduta del fascismo, mai nel Parlamento italiano erano mancati rappresentanti comunisti e socialisti. C’è chi brinda.

Comunque, dopo diverse ore dietro ai numeri del Senato, mi permetto un primo tentativo di analisi. Se confrontiamo i voti di Verdi, PdCI e Rifondazione del 2006 con quelli della Sinistra Arcobaleno di oggi, e sottraiamo l’emorragia verso Sinistra Critica e PCdL, mancano all’appello più di 2,5 milioni di voti. Se d’altra parte consideriamo l’aumento di voti del PD (rispetto a DS e Margherita sono 1,3 milioni di voti) e quello di Di Pietro (420 mila) ma sottraiamo i voti perduti dei Radicali e Socialisti (560 mila), vediamo che di quei 2,5 milioni meno della metà possono essere stati recuperati dal PD.

Insomma: se, come mi pare legittimo pensare, il PD non ha conquistato voti al centro, mancano all’appello 1-1,5 milioni di voti di sinistra, ovvero una percentuale intorno al 3,5-5%. Persone che avevano votato per l’Unione nel 2006 e non hanno votato né per la Sinistra né per il PD questa volta. Direi che c’è, come minimo, un problema di rappresentanza a sinistra.

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