In questo post voglio rimandare ad un articolo apparso sul Guardian (quotidiano che sta offrendo in questi giorni una copertura giornalistica dei fatti di Gaza veramente ottima): How Israel brought Gaza to the brink of humanitarian catastrophe a firma Avi Shlaim. Shlaim è professore di relazioni internazionali a Oxford e ha la doppia cittadinanza britannica e israeliana (ha servito nell’esercito israeliano negli anni ‘60). Fa parte di quel gruppo di “nuovi storici” israeliani, come anche Benny Morris e Ilan Pappe, che non risparmiano posizioni anche molto critiche verso Israele, in contrapposizione alle ricostruzioni più apologetiche degli storici israeliani tradizionali. Ciò che colpisce è la durezza dei giudizi formulati verso le scelte di Israele. Vista l’autorevolezza dell’autore, consiglio la lettura del pezzo, che fornisce un inquadramento della situazione che difficilmente potremmo trovare in un giornale italiano.
Mi limito a tradurre e riportare una delle frasi conclusive dell’articolo:
Il solo modo per Israele di ottenere sicurezza non è sparare ma avviare colloqui con Hamas, che ha ripetutamente dichiarato di essere pronta a negoziare una tregua a lungo termine con lo stato degli Ebrei entro i confini pre-1967 per un periodo di 20, 30 o anche 50 anni. Israele ha rigettato tale offerta per la stessa ragione per cui ha sdegnosamente rifiutato il piano di pace della Lega Araba del 2002, che è ancora sul tavolo: perché richiedeva concessioni e compromessi.
Segnalo anche l’articolo di Massimo D’Alema su La Repubblica di ieri. Spesso non sono d’accordo con le sue posizioni, ma come ministro degli esteri lo rimpiango.