Riporto alcuni brani di un articolo di Gideon Lichfield (“Israel’s PR war“, Haaretz), corrispondente da Gerusalemme per l’Economist:
Spesso molti israeliani mi chiedono: perché non riusciamo a vincere la guerra delle pubbliche relazioni? Perché la gente non capisce che ciò che facciamo lo dobbiamo fare? [...] Quando sento questa domanda mi tocca spiegare che l’apparato di propaganda di Israele è sofisticatissimo [...] mentre i palestinesi sanno a mala pena cosa sia un portavoce [...] Allora perché Israele non vince la guerra delle PR?
In parte, naturalmente, dipende dal fatto che i numeri sono contro di noi. Seicento palestinesi morti contro nove israeliani, stando ai numeri odierni: non c’è alcun modo di aggiustare queste proporzioni.[...]
Ma la ragione più profonda è questa: l’apparato di comunicazione israeliano cerca di rispondere alla domanda sbagliata: “Perché ciò che facciamo è giustificato?”. È naturale per entrambe le parti in conflitto provare a spiegare perché noi, e non l’altra parte, abbiamo la superiorità morale. Ma specialmente in un conflitto in cui entrambe le parti hanno rivendicato la superiorità morale per decenni, nessuno nel mondo esterno è poi così interessato. [...]
La domanda a cui i media stranieri vorrebbero si rispondesse non è “chi ha ragione?” bensì “in che modo questa giro di combattimenti migliorerà la situazione complessiva?”. E su questo punto, Israele non ha mai una risposta convincente. [...]
Così, quando la domanda che il mondo pone non è “chi ha ragione?” ma “cosa funziona?” l’impressione che invariabilmente Israele trasmette è quella di uccidere persone perché, nella migliore delle ipotesi, semplicemente non ha idee migliori; nella peggiore delle ipotesi perché qualche leader politico israeliano sta cercando di prevalere sui suoi rivali. E questo non c’è capacità di propaganda che possa abbellirlo.