La vicenda si svolge a Firenze. Dalla finestra vista mozzafiato sulla Cupola del Duomo. Alle pareti i manifesti delle scorse campagne politiche, tutte vinte dal Centrosinistra.
I atto. Il PD, forte della propria supremazia e quindi intenzionato a imporre alla coalizione il proprio candidato, punta sulle primarie di partito. L’eterogeneità interna in una situazione in cui manca una personalità di spicco si è traduce tuttavia in una pluralità di candidati. C’è Lapo Pistelli, il candidato dal respiro internazionale, forte dei suoi legami con la dirigenza romana. C’è Daniela Lastri, unica donna, amministratrice apprezzata in città per la sua gestione dei servizi scolastici, che viene dalla base dei DS e da essa è sostenuta. C’è Matteo Renzi, il giovanissimo e un po’ spregiudicato presidente della provincia, rutelliano, che si pone in discontinuità con la gestione passata della città. E c’è infine Graziano Cioni, l’assessore-sceriffo, amato da molti e odiato da tutti gli altri, forte di una solida rete di rapporti e relazioni costruita in anni di gestione della politica cittadina.
II atto. Scoppia la vicenda Castello, con le intercettazioni, i rapporti oscuri con l’imprenditore Ligresti che coinvolgono diversi assessori tra cui Cioni. Una ferita per l’immagine del partito nella città in cui esso è più forte. Ma anche l”occasione buona per i vertici PD per semplificare la corsa per le primarie liberandosi del candidato più discutibile (e magari anche di Renzi). Dopo alcuni tentativi di spingere Cioni a ritirarsi che vanno a vuoto (ormai l’esempio di Villari alla Vigilanza RAI fa scuola), i vertici nazionali e quelli locali giocano la carta delle primarie di coalizione. Ciò alza la soglia per presentare una candidatura (le regole per le primarie di coalizione restringono ad un massimo di due i candidati che il PD può presentare), e scarica in parte la patata bollente sugli alleati, la cui presenza a questo punto torna comoda. La quadratura del cerchio. Forse.
III atto. Nessuno dei quattro candidati è però intenzionato a fare un passo indietro. Infatti, anche se i candidati “ufficiali” del PD non possono essere più di due, è possibile partecipare alla competizione raccogliendo le firme tra gli elettori. Oltre ai 4 del PD ci sono poi i candidati degli alleati. Appunto, e gli alleati? Seccati per essere stati coinvolti strumentalmente solo nella fase finale, riacquistato il loro potere contrattuale, mettono i loro paletti: non sono disposti a partecipare ad un’alleanza, senza un programma predefinito, che abbia Cioni o Renzi alla guida. Le pressioni su Cioni aumentano, e alla fine l’assemblea cittadina del PD vota a maggioranza la sua esclusione dalla competizione. Con quale motivazione? Non già sulla base dello statuto (che prevede, con ragione, che sia necessaria una condanna, e non basti una semplice indagine per essere fuori) né sulla base di una scelta politica esplicita, che richiederebbe un partito con una linea condivisa, ma per non meglio precisati motivi di opportunità. Per cui Cioni può gridare all’ingiustizia subita e alla mancanza di democrazia; non solo: candida al suo posto il sua alter ego politico, ovvero l’assessore al bilancio Tea Albini. Insomma, il I febbraio gli elettori si troveranno a scegliere tra 5, ma forse anche 7, candidati, nessuno dei quali con un carisma o un seguito tale da far prevedere come finirà.
IV atto. L’assemblea del PD è chiamata ad approvare le primarie coalizione. L’approvazione arriva ma – ahimé – soltanto a maggioranza dei presenti, e non con la maggioranza qualificata che è richiesta dal regolamento. La decisione è valida o no? C’è chi dice sì e si prepara alle primarie di coalizione, e chi dice no e sostiene che le primarie saranno di partito, come inizialmente deciso (e quindi con Cioni ancora in gioco). Nessuno sa dare risposte certe in un partito in cui le regole sembrano piuttosto… elastiche. Insomma, a tre settimane dalla data inizialmente fissata per le primarie, non si capisce se saranno primarie di coalizione o di partito, se saranno ad uno o a due turni, chi sono i candidati ecc. Intanto a dirimere la controversia viene mandato da Roma – quasi un commissariamento – l’ex presidente della Regione Vannino Chiti. Si arriva faticosamente a stabilire la modalità delle primarie: scelta di coalizione, e se nessuno raggiunge il 40% ballottaggio tra i due che hanno ottenuto più voti. Finalmente un avvio del confronto?
V atto. Parte degli ex-DS si rende conto che la situazione rischia di sfuggire di mano. I candidati che hanno reali possibilità sono due ex-Margherita (il popolare Pistelli e il rutelliano Renzi) più Daniela Lastri, che però è donna (la politica fiorentina non brilla per femminismo) e non “garantisce” a sufficienza la continuità del potere cittadino, oltre al fatto che non sarà facile per lei prevalere. Dunque, ecco il coniglio dal cilindro: a pochi giorni dalla scadenza scende in campo l’on. Michele Ventura, classe 1943, ex Fgci-Pci-PDS-DS nonché ex-molte altre cose. Ventura è il ministro ombra per l’attuazione del programma (una carica surreale, visto che il programma dell’opposizione per definizione non si attua) e non incarna certo la spinta al rinnovamento; è anzi un salto indietro di 20 anni, quando Ventura era vicesindaco e il vertice cittadino del Pci fu decapitato da Occhetto per l’oscura vicenda della Fondiaria. L’idea nasce dal gruppo di Cioni e dai “dalemiani”, che fanno un pressing molto forte su Daniela Lastri perché si ritiri e consenta la ricomposizione dell’area ex-DS, con buona pace di chi pensava che fosse nato un partito chiamato PD. Daniela Lastri rifiuta: sarebbe difficile spiegare una scelta del genere ai suoi sostenitori.
Insomma, si torna in qualche modo al punto di partenza, con Ventura al posto di Cioni. Il cerchio si chiude e il popolo di centrosinistra il 15 febbraio si avvierà allegramente a scegliere tra 5 candidati, di cui 4 del PD. E noi a chiederci se questo PD, qualunque cosa sia, esiste veramente.
[N.B. alcuni dei commenti che seguono si riferiscono ad una versione precedente dell'articolo, pubblicata a inizio dicembre.]
ottima sintesi Massimo, la cosa triste è dover assistere inermi a questa tragicommedia in cui qualcuno ha ora il coraggio di dire che le tanto amate primarie (sì, proprio quelle che ci assillano da circa un anno e mezzo, ma c’è chi le ha sperimentate già prima!) sono buone solo se c’è un candidato ufficiale del partito e gli altri sono sfidanti outsider. alla faccia della partecipazione e del diritto dei cittadini di scegliere chi li rappresenta.
…l’è tutto da rifare…
Bene che ci siano le primarie, perché danno la parola alla “base” che in questo momento si sente spettatrice impotente. Ad un certo punto si parlava di un candidato scelto da Roma come deus ex machina, e questa sarebbe stata la via d’uscita peggiore.
Tuttavia, non posso non constatare che:
- i candidati sono comunque tutti espressione dell’esistente
- è emersa ancora una volta l’assenza di una linea o un’identità chiara del PD, per cui la rosa dei candidati copre una gamma di posizioni molto eterogenee e difficilmente conciliabili
- come conseguenza, non è affatto scontato che tutti i candidati sconfitti appoggino il candidato vincitore
- le primarie sono uno strumento che va bene per una struttura bipartitica, mentre tendono a funzionare piuttosto male quando a contrapporsi sono due coalizioni (tanto per dire: che accade quando non tutti i candidati sono accettabili per gli alleati?)
Il problema è risolto!
Finalmente, ho letto poco fa, è spuntato il candidato nuovo: volto giovane, estraneo ai giochi politici, non troppo estremista (dicono), molto attento al modo di presentarsi all’esterno ecc.
E’ Alessio Sundas: ebbene si, pare che nella corsa alle amministrative si candidi anche lui, l’ex modello e direttore di una “scuola” per fotomodelle (ma che studieranno mai?). Ora c’è solo da sperare che Berlusconi arrivi per primo e lo ingaggi nelle sue fila, chè se lo vede Walter lo mette in una lista apposita insieme con Veronica Lario.