In attesa dell’approvazione di una completa e organica disciplina legislativa in materia di fine vita l’alimentazione e l’idratazione, in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere rifiutate dai soggetti interessati o sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi
Ammetto di non avere opinioni nette sul caso della povera Eluana Englaro. Da una parte non sono convinto che affermare la sacralità della vita coincida con certe forme di accanimento terapeutico. Dall’altra, nello specifico, mi fa venire istintivamente i brividi l’idea di lasciar morire qualcuno, seppure ridotto ormai ad un corpo in stato vegetativo, per disidratazione. In ogni caso, credo che in questo come in casi analoghi la decisione debba essere lasciata alla determinazione delle persone che hanno amato e amano Eluana.
Volevo invece commentare il testo del decreto del Governo, sopra riportato. Mi sembra folle e anche illegale. Folle perché – per quel che capisco leggendo – mette fuori legge il rifiuto del cibo (e quindi ad esempio lo sciopero della fame), e più in generale sembra considerare obbligatorio sottoporsi a cure se queste alleviano le sofferenze. Illegale perché interviene su materia su cui c’è già stata una sentenza, e mi hanno insegnato che non è possibile stabilire un illecito in modo retroattivo. Peraltro, non viene specificata la pena in caso di infrazione.
“In ogni caso, credo che in questo come in casi analoghi la decisione debba essere lasciata alla determinazione delle persone che hanno amato e amano Eluana.”
Mi piacerebbe fosse così semplice.
Ma tra l’assurdo giuridico e l’accanimento … eutanasico (sorry, non mi viene di meglio) finisco per simpatizzare per il primo.
Parafrasando DeAndrè, dai diamanti non nasce niente….
Con questo non giudico nessuno, te per primo, ma non riesco a vivere questo fatto sotto un profilo giuridico.
Non so se hai avuto a che fare direttamente con casi analoghi. Io ho avuto la fortuna di vederli da vicino ma non in casa mia. E non riesco a provare simpatia per la formalità giuridica.
Provo più simpatia per Jannacci e quello che riporta la sua intervista sul Corriere di oggi.
Purtroppo ormai sono pochi quelli che hanno avuto la fortuna di non vivere sulla propria pelle casi analoghi o in qualche modo similmente drammatici.
Io mi sono sempre chiesta (e continuo a chiedermi) se sia davvero possibile essere saldi in una o nell’altra posizione senza scadere nella rigidà che della comprensione è nemica.
Sempre più spesso sento parlare come di una fortuna quando qualcuno muore prima che abbiano il tempo di intubarlo in un ospedale e questo mi dà da pensare.
Non so cosa vorrei per me e nemmeno per i miei cari in un caso simile, o meglio lo so: vorrei che a decidere fossero le persone di cui mi fido, che amo e che mi amano (marito, figli, genitori, fratelli) e nessun altro, nè i medici, nè i preti e tantomeno i politici e i giudici.
Mi chiedo anche se dietro a certi prolungamenti che sfiorano la fantascienza (come si fa a pensare 17 anni tra la vita e la morte in natura?), non ci sia (non parlo del caso specifico) l’egoismo di chi ti ama e pur di non staccarsi da te, o da quel che in te proietta di sè, è disoposto a passare sopra alla tua dignità ed alla tua sofferenza.
Lo dico solo in senso generico perchè, ripeto, credo che il vero problema non sia quello di stabilire cosa sia meglio per questa ragazza, ma a chi spetta decidere sulla vita.
Per i credenti la scelta spetta a Dio (ma chi lo rappresenta meglio su questa terra? ) e per gli altri? Mi sa che anche per i credenti se è stato Dio a dare la responsabilità del creato alle persone, la soluzione non è tanto scontata….
Non ho nulla da dire sul merito del caso di Eluana Englaro, perché ho sentito fin troppe granitiche certezze, ed io invece ho solo dubbi. Non so cosa farei io se mi dovessi trovare in una situazione analoga, né saprei dire cosa vorrei che succedesse a me se dovessi trovarmi in quella situazione. Forse sono solo un vigliacco per non volerci pensare, ma una cosa è certa, non vorrei che mi fosse imposta una scelta, qualunque essa sia.
Quello che invece trovo incredibile è la assoluta mancanza di senso civico che si sta manifestando in queste ore, in special modo nel mondo cattolico, che sta subendo una paurosa involuzione integralista. Che il rispetto per le posizioni etico-filosofiche altrui (che vuole anche dire il rispetto per un diverso modo di porsi davanti alla fine della vita) sia ormai quasi solo un ricordo è per me una amara constatazione.
Ma è davvero brutto vedere che si ha addirittura il coraggio di sostenere che in nome dei propri valori si può passar sopra ai principi fondamentali della convivenza civile, stravolgere l’ordinamento, e finire per appoggiare anche “assurdi gioridici” che ledono non tanto una “formalità giuridica” quanto uno dei principi base di qualunque civiltà giuridica degna di questo nome.
Caro Channelman, ma ti riferisci al mio intervento parlando di formalismo giuridico? Ma quello che sostengo è proprio il contrario del formalismo giuridico: non credo che alla decisione possa sostituirsi una legge o l’applicazione di principi astratti; sulla possibilità di rifiutare delle cure o una condizione di malattia degradante il malato deve avere la possibilità di decidere, e nel caso in cui egli sia impossibilitato, devono decidere coloro che lo amano. Non il giudice né il presidente del consiglio né il vescovo di turno.
Ti invito poi a considerare che qui non si tratta affatto di eutanasia: l’eutanasia è un’interruzione artificiale della vita per le evitare sofferenze associate alla morte naturale, mentre qui si parla di astenersi dal prestare delle cure per assecondare la fine naturale della vita.
In nome della vita umana si passa sopra a tutto.
Non ritengo che costituzione, sentenze e simpatie politiche valgano una vita umana indifesa.
Il problema è ben oltre queste diatribe, che in fondo sono inezie.
Poi, Massimo, informati.
Non giudicare per sentito dire dalle campane che reputi amiche.
Qui non ce li si può permettere.
Io ci ho convissuto con questi casi.
E a me fa solo ridere il richiamo di Englaro a vedere sua figlia.
Io penso di avere visto , toccato, smerdato anche di peggio.
Nè costituzione, nè PD, valgono l’affermazione che quelle non sono vite, che non hanno dignità.
Oggi è quella, domani i dementi o gli affetti da alzheimer….
Anche quelli non sono auto sufficienti, nè comunicano i loro pensieri, nè mangiano da soli.
Nemmeno lo spastico che portavamo in giro da ragazzini, che poi, quando gli si è dato gli strumenti per esprimersi, ha scritto un libro.
A quando gli zingari?
Ma cosa ti succede?
Alessandro stiamo uscendo da ogni seminato mi sembra…
E’ vero che per salvare una vita umana si passa sopra la legge: si obietta per esempio, si passa per le armi se è il caso, in prima persona.
Qui succede esattamente il contrario: si usa una vita umana, si falsa un conflitto, si rigira il problema per creare un conflitto costituzionale utile a portare la gente in guerra!
Chi di noi due è disumano: io che cerco di districarmi fra sensibilità diverse o tu che ridi di Beppino Englaro e dei suoi appelli?
Poi se vuoi parliamo con calma del problema fine vita, che merita qualcosa di più di uno slogan, ma non credo che tu abbia alcun diritto ad attaccare in questo modo chi la pensa diversamente da te!
Caro Alessandro,
non ti permettere più di tacciarmi di razzismo o di essere favorevole all’eutanasia, perchè in nome della tua campagna non userai anche me!
Rispiarmati le offese e le esagerazioni, che oltretutto rischiano di farmi credere che tu abbia pochi argomenti e poi se vuoi parliamo ancora. Non sono le parole forti che aiutano a trovare la Verità ma lo sforzo di rispettarsi anche quando sembra crollare tutto.
Caro Channelman, lo vedo che in nome della tua comprensione delle cose e della tua personale convinzione su dove stia la ragione e dove la difesa della vita, sei disposto a passare sopra a tutto. Tanti auguri! Questo si chiama intolleranza e integralismo, è una cosa che annebbia il cervello anche delle persone intelligenti, e purtroppo porta a guai ben peggiori.
Ok, tiriamo un bel respirone, una bella rinfrescata alla faccia e proviamo a riprendere.
Che non sia tutto facile nè scontato lo dimostra anche la schedina dal Corriere, che trovo utile a capire, e che riporto sotto.
Poi, “coloro che lo amano” è una bella espressione che però giuridicamente non è rilevante e se non ho riferimenti oggettivi per giudicare quando posso “staccare spine”, difficilmente posso parlare in termini di leggi, e soprattutto di chi debba decidere.
Questi sono casi delicatissimi, non risolvibili a base di sentimento, che hanno risvolti fortissimi ed in cui penso che il buonsenso stia dalla parte del non staccare spine in caso di dubbio (spine che poi non ci sono qui, in senso stretto).
Solo nella mia regione, tanto per dare una dimensione, ci sono 350 casi come quello. Quindi bisogna pensarci bene.
Io ritengo che quello sia omicidio? Sì, ma non per il catechismo, ma per motivazioni che non a caso trovano il consenso di tante persone qualificate più di me e che non condividono i miei stessi fondamenti esistenziali.
Ma quello che mi fa imbestialire è che l’incapacità di addivenire a quella soluzione legislativa di cui tutti parlano, la si prova a nascondere dietro a decreti e proclami di minacce alla democrazia che suonano di folgie di fico dietro a cui nascondere vergogne un po’ troppo grandi, e foglie di fico che poi si usano come randelli in una lotta politica che suona pretestuosa lite di pollaio.
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la scheda
Coma, stato vegetativo, morte cerebrale
tutti i termini della fine della vita
Le definizioni spesso sono male utilizzate anche dalla classe medica. Ecco il glossario corretto
ROMA – Chiarezza sui termini. Sulle parole che definiscono condizioni di vita paragonabili a quelle di Eluana Englaro, da 17 anni in stato vegetativo. Proprio così. Stato vegetativo e nient’altro. Dal 2002 infatti a livello internazionale non si usa più aggiungere gli aggettivi “permanente” e “persistente”. Viene semplicemente indicato da quanto tempo questa situazione è in atto. Nel caso di Eluana dunque si dovrebbe dire “in stato vegetativo da 17 anni”. Continua la confusione, invece. In una vicenda tanto drammatica, mentre una donna è al centro di una contesa che ha coinvolto i vertici dello Stato, si ricorre a una terminologia spesso errata. Anche giovedì il responsabile del centro nazionale trapianti del ministero del Welfare, Alessandro Nanni Costa, è dovuto intervenire con un lungo comunicato dove si precisava, a proposito di alcune affermazioni riportate da organi di stampa e televisione, la differenza profonda tra il coma, lo stato vegetativo e la morte cerebrale. Proprio per riportare ordine lo scorso novembre la commissione sugli stati vegetativi nominata da Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare, aveva divulgato un glossario di termini spesso male utilizzati anche dalla classe medica. Cerchiamo di fare chiarezza.
COMA – E’ una condizione clinica che deriva da un’alterazione del regolare funzionamento del cervello. Lo stato di coscienza è compromesso. Anche nei casi più gravi di coma le cellule cerebrali sono vive ed emettono un segnale elettrico che viene rilevato dall’elettroencefalogramma e altre metodiche. Esistono diversi stadi di coma, un processo dinamico che può regredire o progredire, e che dalla fase acuta può prolungarsi fino allo stato vegetativo. Siamo in presenza di pazienti vivi che devono ricevere ogni cura.
STATO VEGETATIVO – Le cellule cerebrali sono vive e mandano segnali elettrici evidenziati dall’elettroencefalogramma. Il paziente può respirare in modo autonomo, mantiene vivacità circolatoria, respiratoria e metabolica. Lo stato vegetativo non è mai irreversibile.
MORTE CEREBRALE – Le cellule cerebrali sono morte, non mandano segnale elettrico e l’elettroencefalogramma risulta piatto. Nella morte cerebrale il paziente perde in modo irreversibile la capacità di respirare e tutte le funzioni cerebrali, quindi non ha controllo delle funzioni vegetative (temperatura corporea, pressione arteriosa, diuresi).. Questa condizione coincide con la morte della persona.
LO STATO DI ELUANA – Lo chiarisce Alessandro Nanni Costa: «Il suo cervello pur avendo perso gran parte delle funzioni mantiene vitalità tale da rendere possibili la respirazione autonoma, l’attività circolatoria, quella metabolica e un controllo delle cosiddette funzioni vegetative (temperatura corporea, pressione arteriosa, diuresi)».
Margherita De Bac
Caro channelman/Alessandro, apprezzo molto lo sforzo di ragionare in modo costruttivo. Anche se, come avevo premesso, questo post non aveva come obiettivo quello di discutere direttamente del caso Englaro, bensì quello di ragionare della soluzione/pezza del governo, che nella fretta secondo me affronta il problema con l’accetta invece che con la dovuta (e anche da te invocata) cautela.
Visto però che siamo finiti a discutere del merito della questione, chiarisco alcune cose:
* nel merito del caso Englaro non ho le idee sufficientemente chiare per formulare un giudizio in un senso o nell’altro; mi convincono alcuni degli argomenti “a favore” (specialmente le posizioni di Ignazio Marino e Giovanni Reale, per capirci) e alcuni degli argomenti contro; comunque la si pensi, trovo disgustoso l’uso di termini quali “assassinio”;
* sul problema generale, che è l’unico che mi sento di affrontare, sono a favore della possibilità per il malato di rifiutare le cure se ritiene di farlo; mi sembra improcrastinabile da questo punto di vista il varo di una legge (ma non un decreto legge!) sul testamento biologico;
* sono favorevole anche all’idea che, in assenza di consenso esplicito dell’interessato, la decisione debba essere presa da chi meglio può interpretare la volontà del malato; da questo punto di vista è ovvio quanto dici: il criterio non può essere “chi ama” perché questo non ha rilevanza giuridica – saranno di volta in volta i genitori, il coniuge, i figli… nella speranza che essi siano mossi da amore per quella persona!
* sono anche d’accordo che tale facoltà di decisione debba essere delimitata, quando non è la persona stessa a decidere, ai soli casi di accanimento terapeutico, e questo per evitare che si trasformi in eutanasia;
* nonostante in alcuni casi la distinzione sia ambigua, credo che vi sia una sostanziale differenza tra il prolungare artificialmente la vita in assenza di una reale speranza di miglioramento (accanimento terapeutico), e accelerare artificialmente la morte per limitare le sofferenza (eutanasia).
Tornando al decreto del governo, riporto il giudizio del Sen. Ignazio Marino, medico:
Sorprendente intervista di Giulio Andreotti:
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200902articoli/40786girata.asp
O forse non è poi così sorprendente: i “vecchi” DC, anche quelli più chiacchierati, per lo meno avevano ben chiaro il confine tra Stato e Chiesa, ed una solida cultura parlamentare.
Ecco il testo del DL da oggi in discussione al Senato.
Constato che, rispetto alla formulazione originaria del DL, ora il divieto riguarda solo i soggetti che non possono provvedere a se stessi, e non la generalità dei malati. La dizione non è tuttavia priva di ambiguità: non essere in grado di provvedere a se stessi è infatti cosa diversa dall’essere incapace di intendere.