
La situazione si stava facendo insostenibile. Il paese rischiava di piombare in una grave crisi istituzionale, con i regolamenti parlamentari forzati, l’incertezza sulla firma del Presidente della Repubblica, una legge mirata a capovolgere una sentenza individuale in violazione della separazione dei poteri.
Che riuscisse il padre di Eluana Englaro a portare a termine la sua missione nei confronti della figlia, o che riuscisse il governo a fermare tutto quanto, sarebbe stata comunque una grande sofferenza per le persone interessate, e una magra soddisfazione per i sostenitori della fazione “vincente”.
La rapida morta di Eluana è giunta inattesa, e ha spiazzato tutti, sottraendo la povera donna all’indecente spettacolo politico/mediatico. Mentre ancora eccheggiano vergognose le grida di “assassino” rivolte al povero padre da politici, prelati, agitatori vari, si chiude il sipario sulla vicenda, lasciando una famiglia nel dolore. Alle persone per bene, comunque la pensassero, resta il silenzio e, per chi ci crede, la preghiera.
Eppure qualcosa di buono potrebbe venire fuori da tutto questo: c’è generale consapevolezza che tutto questo si sarebbe evitato se fosse stata varata per tempo una legge sul testamento biologico, legge che in molti fino a poco fa ritenevano inutile. Se, accantonando il frettoloso e discutibile DDL del governo, le forze politiche riusciranno finalmente a varare una legge ben fatta e meditata, allora questo paese avrà fatto un passo avanti. Questo sarebbe il modo più bello per onorare il ricordo di Eluana.
http://testamentobiologico.ilcannocchiale.it/
“Altissimu onnipotente bon signore,
tue so le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Laudato si, mi signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare.”
(San Francesco d’Assisi, Cantico delle creature, vv. 1-2; 28-29; sec. XIII)
Riporto alcuni brani dell’articolo apparso oggi sul Corriere a firma Claudio Magris, che ci fa riflettere, mettendoci di fronte all’intrinseca difficoltà di raggiungere una certezza su casi come questo:
Sapienza 1, 16
“Gli empi invocano su di sé la morte
con gesti e con parole,
ritenendola amica si consumano per essa
e con essa concludono alleanza,
perché son degni di appartenerle.”
Questo il passo citato all’incontro dell’ACI diocesana dal mio vecchio cappellano.
Che ricordava la bellezza del fatto che in parrocchia avessimo la Casa della Carità.
Dove venivano accolti tutti quelli che nessuno voleva più.
Mi ha fatto ridere amaro quella giornalista che ha detto di avere visto una Eluana sfigurata. Cosa credeva di trovare?
Ma quanti oggi sono abituati a quella vista?
Un terzo delle gravidanze finisce in aborti, non solo in USA, ma – ho controllato i dati – anche in Italia.
Il 96% delle diagnosi di sindrome di Down in Italia finisce in aborto.
Rileggi documenti di 70 anni fa e li trovi orribilmente attuali:
perfino esponenti del PD locale mi vengono a dire che soluzioni che favoriscano la cessazione di cure di casi del tipo di quello di questi giorni aiuterebbero la sostenibilità del bilancio ….
Solo che io avevo già letto questo documento qui sotto:
Problema n° 97
Un pazzo costa allo Stato 4 marchi al giorno, uno storpio 5,50, un criminale 3,50. In molti casi un impiegato statale guadagna solo 3,50 marchi per ogni componente della sua famiglia, e un operaio specializzato meno di 2. Secondo un calcolo approssimativo risulta che in Germania gli epilettici, i pazzi, etc. ricoverati sono circa 300.000. Calcolare: quanto costano complessivamente questi individui ad un costo medio di 4 marchi? Quanti prestiti di 1.000 marchi alle coppie di giovani sposi si ricaverebbero all’anno con quella somma?
(In BORNER Adolf, Mathematik in Dienst der nationalpolitischen Erziehung, 1941, traduzione di Alessandro Berlini)
Consiglio un breve tour di questo sito:
http://www.zadigweb.it/amis/index.asp
Caro Alessandro, tu hai ragione su molte cose e io capisco le tue preoccupazioni. Ma sei sicuro che quanto è accaduto abbia qualcosa a che vedere con tutto quello che descrivi? La tua è UNA possibile lettura, quella di chi ha visto nel caso di Eluana una forma di eutanasia, cioè la soppressione di una persona solo perché affetta da un handicap che rendeva la sua vita non degna di essere vissuta.
C’è un’altra lettura, che è quella che vede in ciò che è successo l’accettazione della morte, l’impossibilità di opporsi ulteriormente al suo sopraggiungere, nonostante le promesse della tecnologia medica. Per chi ha sostenuto la scelta di papà Englaro, il suo è stato un modo per esaudire quel rifiuto delle cure che – in cuor suo – era espressione della scelta di Eluana.
Io poi, come ho già scritto, ho dei dubbi sul fatto che sia molto cristiana l’idea che dobbiamo comunque e in ogni circostanza prolungare la nostra vita biologica. Non credo che sia lontano il tempo in cui sarà tecnicamente possibile mantenere i nostri corpi indefinitamente “vivi” dal punto di vista biologico. Non è una prospettiva che mi alletta: preferisco dover affrontare coscientemente la fine della mia vita, e non in stato di assenza da me. E questo mi pare il contrario dell’eutanasia.
Ti faccio poi amichevolmente notare che si è confermata ancora una volta la “legge di Godwin”
http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_di_Godwin
ERRATA (MEA) CORRIGE
Non trovo più l’altra fonte, ma se incrocio i dati sui nati e quelli sugli aborti, dalla introduzione della 194 ad oggi, la media è di un aborto ogni 6 nati vivi.
Quello che non mi piace è l’insistenza sulla qualità, sul concetto di vita degna.
Un concetto antidemocratico, antisolidale, antiumano.
Applicato alla democrazia, si finirebbe allegramente alla repubblica platonica, che non a caso è stato – consciamente o meno – il modello di giacobini e real-socialisti.
E’ lo stesso concetto che, col vitalismo futurista insieme allo scientismo positivista, ha spaianato la strada ai totalitarismi novecenteschi.
Ma se vogliamo attualizzarlo, è quello che pervade le nostre vite a suon di silicone e botulino.
Martina si chiedeva se, a quel punto, fosse degna la vita di una ragazzina con la prima di reggiseno – mi si perdoni la caduta di tono.
Non c’è bisogno di arrivare ad un futuro prossimo per la vita biologica quasi eterna. Anche Franco fu tenuto in vita ad oltranza per preparare la successione oltre 30 anni fa.
Non cerco certo quello.
Nè sono contro una riduzione del dolore a chi non ha altre speranze.
Ma quale criterio mi muove nella decisione di chi deve vivere e chi no?
Chi decide della “indegnità” della vita di un essere umano.
In una settimana abbiamo visto che nè una Eluana nè un immigrato clandestino sono degni di cure.
E per lo stesso identico criterio di non conformità a uno stesso criterio di giudizio.
A me è questo che fa paura.
Non sappiamo accettare chi non è o sembra forte.
Ci fa paura.
” preferisco dover affrontare coscientemente la fine della mia vita, e non in stato di assenza da me”
Mia madre ha accudito per 5 anni circa mia nonna colpita da Alzheimer. Con che criterio mi dovrò regolare io se toccherà a me?
Quando facevo l’obiettore accudivo a persone che non penso nessuno fosse in grado di giudicare se erano o meno presenti a sè – o se lo fossero mai stati.
E ad altre che erano state abbandonate da tutti perchè storpie dalla nascita.
Ora sappiamo come ci sentiremmo noi, che siamo stati sempre sani, se ci abbandonassero tutti. Ma è quello il criterio su cui dobbiamo decidere se la nostra vita è degna?
Certo che parlare di “vita degna” in questi termini è un abominio, soprattutto se i criteri per stabilire cosa sia degno li stabiliamo così.
Qui parliamo solo di stabilire cosa sia l’accanimento terapeutico e cosa non lo sia.
Il discrimine è solo nella decisione del punto in cui arriva tale accanimento e la risposta è meno semplice di quanto non sembri.
Fame e sete non significa in certi casi accettare di lasciar compiere alla natura un corso che ha già portato quasi a termine?
A volte sai che questo momento sta per arrivare, sai di avere di fronte una persona che nella migliore delle ipotesi non si rende conto di quanto le accade e pensi che vorresti che il momento del distacco non arrivasse mai.
Vorresti legarla a quel corpo, vorresti accompagnarla quando se ne va, vorresti sostituirti a lei e per illuderti usi ogni mezzo, anche continuare ad idratare un corpo illudendoti di dargli qualche minuto (giorno, ora, mese, anno) di vita in più.
Ma a volte si tratta di un’illusione, di un delirio, dell’impossibilità di accettare un distacco che ti appare ingiusto. E così tergiversi in attesa del punto in cui avrai accumulato abbastanza forze e visto troppe sofferenze per continuare.
Chi affronta queste tragedie prima o poi decide cosa e come affrontare la situazione, dove arrivare e quando, ormai ci è consentito.
Non credo che ci sia molta gente che decide con il portafogli in mano, credo che ognuno metta sulla bilancia tutte le proprie forze e convinzioni e quelle della persona per cui è chiamata a scegliere. Poi decide.
Beniamino Andreatta è rimasto in coma per anni e la moglie ha raccontato che gli parlava tutti i giorni. Non mi sentirei di condannare per egoismo questa scelta, ma nemmeno l’altra. Vorrei che fosse consentito a chi può e vuole continuare a spese della collettività, ma non che questo fosse un obbligo.
Penso che la legge sia chiamata a mettere alcuni paletti (non sono nemmeno sicura di sapere dove, mentre sono sicura di sapere che non riuscirà a contemplare la complessità degli eventi) ed anche a lasciare alcuni spazi di decisione alle persone ed a chi di loro si occupa.
Penso soprattutto che ci sia un tentativo di irrigidire le opinioni su un tema che di rigidità non ne ammette per portare le persone ad odiarsi e a schierarsi in nome di contrapposizioni false (è sempre stato il mezzo migliore per dominare le coscienze).
Penso che sia necessario riprendere la discussione da una piattaforma comune e reale cioè da quali siano i paletti che, verosimilimente, alla luce del fatto che viviamo in uno stato laico, alla luce delle conoscenze mediche, alla luce dei valori comuni, alla luce della libertà personale, la legge può mettere.
Penso che anche i cristiani sentiranno il bisogno a quel punto di trovare le strade in cui si possono accompagnare davvere le persone nella sofferenza, senza calare dall’alto formule astratte ma offrendo quella “esperienza in umanità” di cui parlava Paolo VI.
Per trovare criteri laicamente comuni bisogna prima mettere dei paletti ben chiari su cosa ci sia di laicamente sacro, e da lì partire.
Ma se andiamo a riprendere per un attimo le frasi che ho sentito attribuire al Sig. Englaro e vedremo che l’anore per la figlia si confonde con l’amore per quello che la figlia era prima dell’incidente e quello che avrebbe potuto essere. Quale idea prevaleva? Come posso giudicare la sua lucidità?
Scusate l’esempio che può suonare “triviale”: Claudio Villa, cantante dall’ego esorbitante, amante delle moto potenti e delle avventure galanti, colpito da infarto, cosciente della gravità della cose e di come avrebbe limitato la sua esistenza, si uccide staccandosi la proverbiale spina da solo.
Se io dico che in fondo ha fatto bene, che è giusto che fosse libero di decidere della sua esistenza, mi spiegate poi come posso sostenere le ragioni della – onerosissima – solidarietà sociale che dovrebbero curare chi invece nelle stesse condizioni non vuole mollare e preferisce vivere quello che la vita gli mette davanti?
In fondo non porterebbe a scelte che sono già quelle operate dalle assicurazioni sanitarie USA, che in tante produzioni cinematografiche si vedono staccare finanziariamente la spina a malati gravi – e costosi – o terminali?
Se “lasciamo alla scelta individuale” – ovvero l’equivalente di un brutale “TUTTI C….I SUOI” sociologicamente parlando – in realtà non abbiamo già fatto noi per lui la scelta?
E allora il messaggio è che solo chi vive nell’autosufficienza è degno dell’appellativo di essere umano. Ma a questo punto diventa facile capire chi uccide i propri familiari e sè stesso di fronte alla rovina economica. In fondo la rovina economica è già di per sè la morte civile.
Però teniamo distinte le questioni che si possono tenere distinte.
Intanto stiamo parlando di situazioni estreme, di malati terminali o di tentativi di rianimazione che dopo anni non hanno avuto successo (come nel caso di Eluana), quindi mi pare improprio un accostamento col caso dei malati di Alzheimer o delle persone affette da handicap.
Lo so anch’io che spesso il riconoscimento di una situzione come “estrema” non è chiaro, e quindi ammettere una cosa comporta il rischio che si “scivoli” su un’altra che vogliamo invece evitare. Ma mettiamoci in testa che un limite preciso non è tracciabile, abbiamo davanti a noi molte tonalità di grigio e nessun criterio netto. Questo deve impedirci di riconoscere che ad un estremo della gamma abbiamo situazioni chiaramente riconoscibili come accanimento terapeutico?
Una volta sentii questa cosa: il fatto che i confini tra India e Cina siano incerti non ci impedisce di parlare di India e Cina.
Poi c’è la questione dei costi economici. Punto importante. Da un lato, come dici tu, stabilire la possibilità di scegliere può aprire la strada a pressioni perché uno scelga di morire al fine di realizzare un risparmio. Direi che questo è meno probabile in un sistema pubblico, e quindi è una ragione (una di più) per non privatizzare la sanità.
Ma il discorso può essere ribaltato, la butto lì in modo provocatorio: è “etico” destinare sempre e comunque risorse per prolungare vite ormai al loro termine quando quelle stesse risorse potrebbero garantire l’accesso alla salute a schiere di persone che ne sono escluse? Guarda che questo è un ragionamento che si fa normalmente: se c’è un solo posto in terapia intensiva, fanno passare avanti il giovane e lasciano fuori l’anziano.
“questo è meno probabile in un sistema pubblico”
Non so in Toscana, ma in Emilia Romagna la questione bilancio sanità è arrivata a livelli di riduzione dei budget piuttosto pesanti. Fino a somministrare anche a bambini iniezioni prive di antidolorifico per contenere i costi (esperienza fatta direttamente da mio figlio).
Quindi siamo espostissimi anche su questo fronte.
Il ragionamento “provocatorio” che poni però non parte, nella tua formulazione, da un preventivo giudizio di valore.
Mentre questo, invece, è il punto che ritengo più preoccupante nei ragionamenti che girano attorno a… quello che anche tu sostieni indirettamente, quando dici che preferiresti uscire da questa vita quando sei ancora “in controllo”.
Il che apre due fronti:
- uno pratico, cioè come determinare che sei in controllo;
- uno valoriale, cioè l’implicito giudizio negativo su chi non facesse una scelta analoga.
Riguardo al primo punto, infatti, come possiamo determinare che tali scelte sono state fatte lucidamente e non in un momento di depressione? O di diagnosi errata?
E, sul secondo, in fondo, chi si “rifiutasse” di “uscire in tempo di scena”, non sarebbe (secondo lo stesso criterio che indirettamente adotti) oltre che da giudicare irrazionale, anche un peso per la società a cui violentemente impone il carico delle cure, senza che la società ne riceva alcun beneficio?
E quindi, quella che diventa una scelta privata, come potrebbe essere imposta al pubblico?
E la scelta privata dello staccare la spina ha così invece un fortissimo impatto pubblico che tocca la sfera individuale di ognuno.
Rimane poi un principio di prudenza che è bene sempre utilizzare nelle situazioni grigie, che giustamente menzioni – ma anche in quelle apparentemente nere.
Ad esempio, mi sono sentito citare questo episodio da una fisioterapista che si occupa di riabilitazione post-trauma (abito a poca distanza dal Policlinico S.Orsola). Questa persona si è sentita dire da un ex paziente, che era passato in riabilitazione dopo essere rimasto in coma per lungo tempo, della sua angoscia di fronte ai fatti recenti. “Ma se mi avessero staccato la spina?” diceva.
Io penso che per avere una sano approccio all’argomento non si debba partire dall’autodeterminazione individuale ma dal mettere la vita, con tutte le sue storture e difetti, a bene supremo. Solo partendo da lì puoi valutare le eccezioni.
Altrimenti il criterio individualistico, anche se apaprentemente legato alla limitata sfera individuale, apre in realtà spazi allo svilimento della condizione del malato in subumano, o al prevalere del più forte.
Sai bene come in economia questi effetti siano già ben noti. Il lasciare che i più forti ed efficienti abbiano campo libero senza limitazioni, e i più deboli, in quanto peso morto della società, siano lasciati indietro, porta al disastro anche gli stessi forti, insieme con la società tutta.
Ma – mi chiedo – parliamo della stessa cosa?
Se dovessi scrivere il mio testamento biologico, direi una cosa del genere: «Per quanto mi riguarda, la decisione sull’opportunità di continuare cure che hanno poca o nulla speranza di determinare miglioramenti, nel caso in cui io non sia capace di prendere una decisione, dovrà essere presa dalle persone X (moglie, figli…) sentito il parere di medici di fiducia, e tenendo conto delle mie convinzioni in proposito, che loro ben conoscono.»
Poi lo stato ha il compito di garantire il mio diritto a vivere e a curarmi se i miei familiari decidono così. Ci mancherebbe altro. Francamente, da questo punto di vista trovo tutti i tuoi timori eccessivi.
Quanto al principio, questo può essere affermato come si vuole, ma da un principio non si ricava una decisione concreta. Quella deve prenderla qualcuno e io NON voglio che sia un giudice a prenderla, come invece sarebbe se la soluzione normativa fosse invasiva e cercasse di delimitare in modo troppo preciso una cosa che non è delimitabile.
Da ignorante a – penso, e passamelo per amicizia – ignorante in materia biogiuridica, quanto elenchi nel tuo – scongiuri a valanga
– testamento, non è semplicemente la prassi normale attuale?
Non è quello che già accade e che non ha bisogno di norme per essere codificata e si basa proprio su scienza medica e buonsenso?
E allora si vede la differenza del caso Englaro (padre e figlia), che è differente perchè non ha indicato una cessazione di cura, nel senso di lotta per la sopravvivenza a fronte di una malattia in atto, ma di intervento in una situazione stabile, con intervento artificiale ridotto al minimo dell’alimentazione tramite … flebo (non respiratori nè tracheotomie come nel caso Welby).
Il dibattito si è incentrato sul come considerare questa situazione stabile – che la prassi medica finora non ha considerato di morte basandosi su una residua attività cerebrale che consente le funzioni vitali e che alcuni casi dicono consenta anche un certo livello di autocoscienza, che rimane inespressa per l’inerzia del resto del fisico.
Sono situazioni in cui il soggetto ad esempio si sveglia e si addormenta, muove gli occhi. I tessuti sono rilassati e i tratti somatici forzatamente deformati rispetto ad un soggetto sano.
Il giudizio era: è un cadavere o un handicappato grave?
Quindi il mio timore è che al buonsenso si sostituisca ideologicamente una declassificazione dell’handicappato grave a – moralmente – cadavere.
Cosa faremmo noi in una situazione che ci porti ad un grave handicap? Affronteremmo la cosa chiedendo aiuto o avremmo troppa paura di essere di peso e lasciati soli?
Io preferisco un sistema che mi aiuti ad affrontare il mio o altrui handicap grave. Che mi consideri uomo anche da malato grave.
Io ho paura di quelli che dicono che la malattia grave è inaffrontabile, che mi declassa come uomo e che quindi è meglio farla finita in anticipo. Ho conosciuto troppa gente che ha dimostrato di essere una ricchezza per gli altri, anche come occasione di relazione con una realtà dura, anche dauna carrozzina o da un letto, anche senza potere parlare o esprimersi.
Per quel che ho letto, la situazione di Eluana era diversa da un handicap grave. C’erano insieme: la ridotta, forse nulla, capacità di percezione e relazione; l’impossibilità di sopravvivere senza l’ausilio del sondino (sinceramente, non capisco la differenza con il respiratore); una manifestazione di volontà (supposta? dedotta? un tribunale ha comunque accettato che ci fosse) della persona sull’interruzione delle cure. In assenza di una di queste condizioni, ti darei ragione, ma l’insieme delle condizioni descritte mi fa dire che, per quanto sia stato forse un “caso limite”, esso non è assimilabile alla soppressione di un handicappato, come continui ad affermare.
Ma comunque, ripeto: la mia valutazione vale “per quel che ho letto”. Vorrei che, se capitasse a me o a qualche persona che mi è cara, la gente si astenesse dal giudicare sulla base di ciò che legge sui giornali.
Tornando al testamento biologico: non mi risulta che ora esista la possibilità di far prendere una decisione a persone di fiducia indicate dal paziente.
Sono certamente ignorante sulla questione, però ho trovato molto interessante la lettura diretta del DDL presentato (nella scorsa legislatura e poi anche nella presente) dal sen. Marino (disponibile qui). L’aspetto del “fiduciario” è trattato nell’art.4.
Al di là dell’interpretazione sul caso particolare, rimane comunque un segnale – quello dato dalla campagna a favore dell’interruzione dell’alimentazione – molto negativo e lesivo degli interessi degli altri soggetti nelle medesima condizione.
Sostanzialmente, la strada all’eutanasia legalizzata, con tutto quel che comporta, si è fatto capire che la si vuole aperta.
Poi auguri al sen Marino.
Mi ero chiesto perchè nell’assemblea degli amministratori locali del PD Fioroni era stranamente silenzioso, poi si è vista la defenestrazione di Marino.
Stavolta, parrebbe, toccherà a lui ed al suo referendum riuscire a fare sembrare Bagnasco, dopo Ruini, un gigante della politica…
Anzi, anche senza proclami clericali contro il voto, dubito che riuscirà a mobilitare le masse.
Rimane una ipoteca culturale sulla dirigenza PD che impedisce oggettivamente ogni apertura al centro e che sta alienando sempre più irrimediabilemente quell’elettorato cattolico che era di importanza vitale al progetto.
In questo clima sarà gioco fin troppo facile per PDL e UDC impostare la campagna per le europee verso il 30% di elettorato cattolico solo su tematiche anti-laiciste.
Non penso infatti ci sia spazio per usare le tematiche economiche in funzione di differenziazione, quando sono governi di destra (Francia e Germania) a gestire gli interventi più forti in Europa.
Zapatero e Brown non li si può spendere in positivo.
A proposito dei miei timori – e con questo chiudo – ti segnalo due cose da leggere e meditare.
Premetto che te li sottopongo proprio perchè non penso assolutamente che tu ne possa condividere le motivazioni più profonde.
Ma sono da meditare perchè riportano espressioni e modi che abbiamo sentito di recente, che, come dici, abbiamo letto sui giornali.
Coincidenze verbali che mi hanno fatto orrore.
Fanno riferimento a un periodo in cui certe situazioni venivano gestite in modo centralizzato, ma sempre da un governo democraticamente eletto, anche se poi dimostratosi poco rispettoso della costituzione.
http://www.zadigweb.it/amis/testim.asp?idtes=27&idsch=32
http://www.zadigweb.it/amis/testim.asp?idtes=25&idsch=31
http://www.zadigweb.it/amis/schede.asp?id=6&idsch=31
Ecco il link ad un documento di un gruppo di giuristi (civilisti), che mette in luce come la proposta di legge governativa sia in contrasto con convenzioni internazionali in tema di salute già sottoscritte e ratificate dal nostro paese.
Nota tecnica
Hai scambiato il mio ultimo post – quello con 3 link – per spam?
Risposta tecnica: l’ultimo post, in quanto aveva più di un link, è stato bloccato (automaticamente) dal sistema.
Risposta politica: in effetti accostare la questione alle pratiche naziste è un po’ spam. Ribadisco il mio richiamo alla legge di Godwin (vedi anche reductio ad hitlerum), che certo non giova alle discussioni.
http://channelman.wordpress.com/2009/03/02/scelte-individuali-conseguenze-collettive/
Passami Dahrendorf ed un link singolo allora
Molti degli esempi portati nel link di WP sono delle pure e semplici associazioni casuali, pertanto inutile cercarne una consecutio. Il discorso andrebbe condotto sul fatto che alcune associazioni non sono semplici giustapposizioni, ma manifestano regolarità, inerenze, concatenazioni; non è detto poi che il legame sia direttamente evidente: ad es. insegnare diritto del lavoro non provoca di per sè decessi per causa violenta, fatto salvo che vi sia qualcuno che regolarmente dirime le proprie controversie con quelle modalità. Il fenomeno Hitler presenta MOLTE di queste regolarità; difficile pensare ad associazioni casuali.