Si sono tenute le elezioni politiche in Israele. Il risultato, ampiamente previsto, vede un forte consenso al blocco di destra con al centro il Likud di Netanyahu, sebbene questo risultato sia temperato dal fatto che il partito Kadima (fondato da Ariel Sharon quando uscì dal Likud, e ora guidato da Tzipi Livni) ha avuto la maggioranza relativa. Spicca il risultato molto negativo del partito laburista (un tempo dominatore della scena politica israeliana) e quello positivo (sebbene al di sotto di certe previsioni) del partito Yisrael Beiteinu di Lieberman, la destra non religiosa.
Il panorama politico israeliano si caratterizza per la sua estrema frammentazione, riflesso della frammentazione sociale, religiosa e culturale. I governi sono sempre governi di coalizione molto deboli, in cui convivono anime estremamente eterogenee.
Proviamo a leggere questo risultato con gli occhi alle prospettive del processo di pace.
La prima considerazione è che molto probabilmente non sarà possibile costituire un governo di centro-sinistra, cioè delle forse esplicitamente orientate al dialogo con i palestinesi per la realizzazione della soluzione “due popoli due stati”. Come già in passato, il prevalere di Netanyahu potrebbe significare un congelamento di tutti i dialoghi di pace per anni. Questa, se confermata, è una brutta notizia.
D’altra parte, l’esito più probabile è un governo di larghe coalizioni: Likud-Kadima con il sostegno della destra di Lieberman o (meno probabile) della sinistra moderata dei laburisti. Questa soluzione avrebbe per lo meno il vantaggio di offrire al paese un governo che rappresenti in modo ampio il paese, dunque abbastanza forte da imporre le scelte difficili connesse ad un compromesso con i palestinesi. In fondo, gli israeliani si stanno rendendo conto che il tempo non gioca a loro favore, e quindi è soprattutto nel loro interesse che una soluzione va comunque cercata. Se tale consapevolezza, unitamente alle pressioni internazionali, spingessero verso la ripresa dei negoziati, un governo che rappresenti un ampio arco politico potrebbe non essere un male.
Per la formazione di un governo, vi sono anche altre possibilità: leggo che la Livni sta corteggiando Lieberman, cercando di “sfilarlo” a Netanyahu offrendo l’appoggio a certe proposte, quali l’introduzione in Israele del matrimonio civile e una limitazione dei privilegi dei religiosi. Lieberman, come dicevo, rappresenta una destra nazionalista laica, favorevole ad una soluzione “due popoli due stati”.
Per ora non resta che stare a guardare.
Riporto in conclusione una considerazione: quando nelle elezioni in Palestina prevalse il partito islamico Hamas, si arrivò (a mio avviso compiendo un errore politico) ad isolare il governo palestinese e ad imporre sanzioni perché nello statuto di quel partito non viene riconosciuta la legittimità dello stato di Israele. Il Likud, attorno al quale si formerà quasi certamente il nuovo governo israeliano, è esplicitamente contrario alla creazione di uno stato palestinese. Il leader palestinese Abu Mazen ha chiesto che, per simmetria, si adotti nei confronti di un Israele guidato dal Likud lo stesso peso che si usò con l’Autorità palestinese. Personalmente, sono contrario alla politica dell’isolamento, ma credo che la comunità internazionale non possa accettare ulteriori rinvii nella ricerca di una soluzione. Essa è chiamata ora più che mai ad esercitare tutte le pressioni di cui è capace per spingere verso la ripresa delle negoziazioni.
Ecco quanto troviamo nella piattaforma politica del Likud:
Ascoltando Radio radicale, ho appreso dei balletti rosa tra “Il Secolo” e Marco Pannella (ma pure che Avigdor Lieberman è un loro … beniamino).
L’insoportabile deriva laicista di Fini non è per smarcamento dal clericofascimo berluscone.
Lui intrevede nella cultura radicale l’alba un nuovo movimento totalitario di massa, un “fascismo movimento” mai rinnegato.