Ricevo e volentieri pubblico questo pezzo che mi ha gentilmente inviato la collega Tania Groppi, prof. ordinario di diritto pubblico, grande viaggiatrice, appassionata di Israele e di letteratura israeliana.
I risultati delle elezioni del 10 febbraio 2009 in Israele ci ricordano, ancora una volta, quanto sia ormai lontana nel tempo la fondazione dello Stato “ebraico e democratico” (per citare le parole della Dichiarazione di Indipendenza del 1948), di cui si è da poco celebrato il 60° anniversario.
Da un lato il problema di fondo resta immutato, così come creato dalla decisione dell’ONU, il 29 Novembre 1947, di dividere il mandato britannico in due stati, uno ebraico e uno arabo, seguita dal rifiuto arabo e dalla guerra: come conciliare l’innesto del nuovo Stato ebraico con i diritti della popolazione palestinese?
Dall’altro lato, però, Israele non è più quello di un tempo: scomparso il sionismo, scomparsi i padri della patria, scomparso il partito laburista che per decenni ne ha caratterizzato il sistema politico. La difficoltà di tenere unita una popolazione con provenienze sempre più varie (e qui non è inutile richiamare il peso dell’immigrazione russa), che manifesta sistemi di valori e stili di vita sempre più diversi. Il compito unificante della religione, della lingua, dell’etnos, ormai stressato all’estremo.
Una unità che pare sempre più affidata alla dialettica amico-nemico, alla necessità di far fronte comune contro l’assedio esterno, e sempre meno, invece, ad un progetto condiviso. Uno Stato, in fondo, sempre più “normale”, con tutte le difficoltà proprie della democrazia pluralista, attraversata da mille cleavages, difficoltà enfatizzate dal sistema elettorale proporzionale e dalla forma di governo parlamentare. Ma chiamato ad affrontare una situazione straordinaria, con territori occupati, il nemico alle porte e spesso anche “in casa”, pronto a farsi esplodere nei luoghi “normali” della vita, con una mobilitazione permanente che trasforma ogni “normale” adolescente in un soldato.
Uno Stato democratico sempre più pluralista, che vive in una guerra permanente per conservare un carattere, la ebraicità, sempre più sfumato: una schizofrenia che forse spiega gli interventi militari più recenti, come quelli a cui abbiamo assistito a Gaza o in Libano, volti soltanto a tamponare pericoli immediati, al di fuori di un quadro di insieme, sprovvisti di una logica e di una prospettiva più ampia. E che spiega forse lo stesso risultato elettorale, in favore di formazioni politiche “di destra”, che paiono assicurare meglio la sicurezza, a prescindere dai valori di fondo a cui si ispirano.
Si tratta di una situazione, schizofrenica appunto, che a lungo andare rischia di minare la stessa democraticità dello Stato israeliano, finora difesa con coraggio dalle Corti, soprattutto dalla Corte suprema, sia pure in mezzo alle esigenze militari imposte dall’emergenza.
Con la conseguenza che, dopo sessant’anni, ci troviamo in Medio Oriente con uno Stato sempre meno “ebraico e democratico”. Che assomiglia pericolosamente a una qualsiasi cittadella occidentale assediata nel mare in tempesta dello scontro di civiltà.
Quale soluzione? La solita litania, due popoli, due Stati? Che altro?
Come è stato ben messo in evidenza da Barbara Spinelli (La Stampa 15 febbraio 2009) citando un libro di qualche anno fa di G. Gorenberg The Accidental Empire. Israel and the Birth of the Settlements, 1967-1977 (Times Book, 2006), è pressoché impossibile per Israele preservare la sua identità originaria, riassunta appunto nell’endiadi Stato “ebraico e democratico”, mantenendo il controllo sui territori occupati, ovvero su aree in cui i palestinesi sono in maggioranza. La “fine” di Israele sarebbe pertanto iniziata con la vittoria militare del 1967. Volendo conservare i Territori, le soluzioni non potrebbero che essere alternative: o Israele difende la sua ebraicità, ma rinuncia ad essere democratico, privando i palestinesi dei diritti politici. Oppure mantiene il carattere democratico, ma in tal caso la legge dei numeri rende impossibile assicurare la ebraicità.
Nella difficoltà di comprendere e di valutare non resta che cercare sostegno nella letteratura, quella letteratura nella quale Israele ha trovato, negli ultimi decenni, la sua voce più alta.
Mi limito ad indicare, tra i libri tradotti in Italia di recente, tre volumi che configurano un itinerario ben preciso.
D’accordo con Gorenberg, si potrebbe partire dalla guerra dei sei giorni e dalla occupazione dei territori palestinesi nel 1967 seguendo il giovane Nuri, ebreo sefardita nato a Bagdad e direttore degli affari arabi nella riorganizzazione “ebraica” di Gerusalemme est e nell’incontro con la insanabile naqba (perdita) palestinese, nel volume di Eli Amir, “Jasmine” (Einaudi).
Per passare poi alla ferita profonda della guerra del Kippur nell’ultimo romanzo di David Grossman, “A un cerbiatto somiglia il mio amore” (Mondadori), ove possiamo affiancare i protagonisti Orah e Avram nel loro cammino lungo il sentiero nazionale di Israele. Un cammino che è metafora del tentativo di riappropriazione della memoria da parte di una generazione cresciuta prima nella cancellazione della Shoah, poi nella rimozione della sconfitta. Rimozione che, in riferimento alla guerra del Libano del 1982, è al centro anche del bel film di animazione “Valzer con Bashir”.
Il trauma della guerra e della violenza colpisce anche, a decenni di distanza, la generazione dei figli di Orah e Avrahm, quell’Ofer nel cui nome i genitori iniziano il doloroso cammino della memoria nel libro di Grossman. Questi giovani (la c.d. “generazione Rabin”), cresciuti in un “paese normale”, come l’Israele degli accordi di Oslo, si trovano scagliati in territori sconosciuti, benché geograficamente vicinissimi, dove sono chiamati ad uccidere e a sparare, colpendo a volte vittime inermi nella caccia a terribili nemici, o finendo “banalmente” colpiti dal fuoco amico: questo è il nucleo centrale dell’ultimo romanzo di Abraham Yehoshua, “Fuoco amico” (Einaudi), ben intessuto in una trama di ordinaria quotidianità.
Una generazione, quest’ultima (al centro anche del saggio appena pubblicato di Anna Momigliano “Karma kosher”, Marsilio), sempre in bilico tra normalità ed emergenza, tra impegno e fuga, tra memoria ed oblio, tra globalizzazione e tradizione, che ben conosce chi è abituato a percorrere le strade del mondo (e qui il richiamo al non recente romanzo di Yehoshua, “Ritorno dall’India”, è inevitabile). Una generazione assai difficile da catalogare, ma la cui conoscenza costituisce una chiave per comprendere il recente risultato elettorale e il futuro di Israele.
Tania Groppi, 15 febbraio 2009